Venezia e la musica elettronica. Strano connubio. Non so voi, ma se io penso a Venezia mi viene in mente una gondola, dei turisti, macchine fotografiche, caffè a quattro euro, Indiana Jones e i crociati. Al massimo nei momenti di quasi serietà la Biennale e il cinema, uniti però alla mitica frase di uno spot di qualche anno fa su chi avesse mai asciugato il canal grande.

La prima volta quindi che l'anno scorso ho sentito parlare di un nuovo festival di musica elettronica in laguna ho pensato fosse uno scherzo. Venezia e il divertimento? Impossibile. Infatti è così: nonostante il nome del festival, il tutto si svolge a Parco San Giuliano, Mestre, lontano dai turisti in gondola e anzi più facile da raggiungere. Ma a parte questi piccoli dubbi geografici, l'interesse cresceva: chi era stato l'anno prima alla prima edizione del festival ne aveva parlato in maniera davvero lusinghiera, osannando la scelta di due palchi per differenti djset e il numero quasi esagerato di ospiti.

La seconda edizione però è come il secondo disco per un musicista: hai gli occhi di tutti puntati addosso, sai che non puoi sbagliare e che, nonostante tutti i tuoi sforzi, qualcuno avrà sempre da ridire e rimpiangere il tuo precedente e inaspettato exploit. Quindi a questo giro gli organizzatori  hanno tirato fuori dal cilindro ospiti del calibro di Fatboy Slim, Dead Mau5 e Sven Vath; così, tanto per far capire che si fa sul serio.
Quest'anno quindi si va all'Electrovenice.

Si parte a ballare subito dopo pranzo, in una giornata nuvolosa che fa incrociare le dita rispetto al fattore pioggia. Aprono le danze gli italianissimi NT89, Lele Sacchi e Reset, che nonostante l'orario e la temperatura di metà pomeriggio iniziano a far muovere i piedini ai primi arrivati. Di gente in realtà non se ne vede tanta, ma bisogna mettere in conto che Parco San Giuliano è un parco immenso (venti minuti buoni a piedi dai cancelli fino al palco) e quindi in uno spazio del genere i riferimenti e la prospettiva perdono senso. Inoltre in molti preferiscono rimanere all'ombra sotto qualche albero, stile picnic, in attesa della serata. In questa situazione di relax pomeridiano un applauso in particolare va quindi alla performance di NT89 con il suo sound accattivante, ottimo per riscaldare i motori, così come ai milanesi Reset, che danno in realtà il via al festival attirando tutti sotto il palco a ballare.

A seguire ecco il live dei Goose, band dall'attitudine indie-rock con spruzzate di sana electro e grancassa pedalante. Carichi come non mai, vanno avanti per tutto il live a colpi di beat e sintetizzatori, con anche qualche battimano collettivo e mossette da hipster ormai navigati. La gente balla, i più attenti cantano le hit più famose; però sotto sotto la loro energia non basta a scatenare gli animi, ma serve solo a mantenere alto il morale. Un buon intermezzo, ma forse nulla di più: può essere brutto da dire, ma non si potrebbe dire in altro modo. Soprattutto se paragonato ai pezzi da novanta che a breve cominceranno a salire sul palco.

Verso le sei si inizia a fare sul serio: ai piatti arriva Sven Vath, ovvero l’uomo  dai poteri magici. Dj, produttore, fondatore della etichetta Cocoon, animatore di festival, Sven è fin dagli anni novanta uno dei cardini della musica elettronica in tutto il vecchio continente. Tutti a posti di partenza per la festa quindi, pronti a ballare per una delle performance più attese del festival. E le aspettative non sono disattese: si balla per un’oretta buona, alternando battiti e bpm tra ritmi folli e momenti più leggeri da festa sulla spiaggia al tramonto. Alla fine non si capisce se il djset finisce per volontà di Sven o perché gli sia stata letteralmente staccata la spina (non posso dirlo con sicurezza, ma ad un certo punto non si capiva se i tecnici stessero smontando il palco o se stavano direttamente staccando i cavi dalla console), ma rimane la sensazione che il buon Sven non sia andato fino in fondo, o che almeno non abbia dato il massimo.

Ma il tempo per le domande dura poco, perché verso le otto è la volta di Afrojack, uno dei nomi più in voga negli ultimi mesi sulla scena dance commerciale. Ora, se cercate sul web qualche notizia su chi sia questo ragazzone olandese, il risultato non è davvero male: ad appena ventiquattro anni ha remixato brani di artisti del calibro di Lady Gaga, Black Eyed Peas, Madonna e Rihanna, nonché ha sfornato una hit del calibro di Take Control. Dal vivo, invece, più che di un genietto appare essere un vero e proprio trascinatore di folle: per tutto il suo djset si balla senza vergogna tutti insieme, passando da pezzi ultra commerciali a punti di pura cassa, senza avere mai un attimo di tregua. Insomma, il ragazzo sa come far scatenare il pubblico: anzi, è il più divertente e spensierato degli artisti.  Una critica però se la merita: far ballare la folla con Aerodynamic dei Daft Punk, così come Satisfaction di Benassi è troppo facile; il divertimento va bene, ma se hai davanti diecimila persone puoi anche osare qualcosa di più. Detto questo, il resto è tutto più che positivo.

Poi arriva il re della serata. Fin dal pomeriggio si potevano trovare in giro persone con t-shirt che lo raffiguravano, cartelloni, finte  orecchie luminose;  qualcuno si era persino preso la briga di presentarsi con un finto pezzo di formaggio in cartonato di due metri per due. Insomma, è il momento di Dead Mau5, il Mickey Mouse del dancefloor, una delle più intense e spettacolari rivelazioni degli ultimi anni. Non so se è stata una mia impressione, ma quando arriva il suo momento sembra che tutti siano lì per lui, punto e basta. E il motivo è presto detto: un djset iper potente fatto di musica e colori, visual che rimbalzano sugli schermi e sulla console anche essa colma di effetti speciali, passando tra ritmi techno e house alternati a spruzzi mirati di pop e hiphop. E poi lui, il topo in persona: all'anagrafe Joel Zimmerman, un qualsiasi ragazzino canadese con il pallino della console; in arte Dead Mau5, personaggio misterioso che si nasconde dietro una maschera a led a forma di topolino che sta facendo impazzire mezzo mondo. E per l’occasione fa impazzire Venezia: il suo show è una vera e propria performance a 360 gradi, un turbinio di suoni e immagini che riempiono tutto il main stage del festival, lasciando letteralmente a bocca aperta. Dopo averlo visto all’opera viene da dire una sola cosa: idolo.

Alla fine della performance di Dead Mau5 la serata potrebbe già concludersi, tutti sono già completamente soddisfatti; e invece arriva il turno di Fatboy Slim. Chiunque altro dj sarebbe sotto pressione a chiudere un festival dopo le esibizioni di Sven Vath e Dead Mau5; ma se ti chiami Quentin Leo Cook, alias Norman Cook, alias Fatboy Slim, la cosa non ti fa né caldo né freddo. Con alle spalle oltre venti anni di live, hit internazionali, collaborazioni con tutti i big della scena dance, hip hop e dance, Fatboy Slim non ha bisogno di presentazioni, né ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno; e infatti il suo show spazia dalla techno più pesante al soul, girovagando anche in zona pop e rock senza timore. Così, in ordine sparso, durante il suo live appaiono pezzi come Heads Will Roll degli Yeah Yeah Yeahs (e chi se lo aspettava?), un remix della hit F#&k You di Cee Lo, nonché nel finale un Satisfaction dei Rolling Stones unito alla mitica Rockafeller Skank. Per togliere ogni dubbio rispetto all’attitudine live di Fatboy, bisogna inoltre riconoscere che dal vivo tira dritto come non mai, eliminando da ogni pezzo qualsiasi orpello easy-listening tipico della sua figura pop da canale musicale di moda; anzi va giù peso di battiti e bpm, per la gioia e sorpresa dei più sospettosi. Inoltre incita la folla, urla, salta, balla e si scatena come non mai: ad un certo punto si butta a terra disperato mentre la musica improvvisamente si blocca e sugli schermi dei visual appare l’icona di caricamento del suo portatile. È saltato il software durante il live? Macchè! Fa tutto parte del gioco, ed ecco riapparire Fatboy mentre la musica riprende e lo schermo del computer diventa lo sfondo di nuovi allucinanti visual. Insomma, un finale veramente carico, allegro e ignorante, con la folla che si lascia andare e segue Fatboyslim senza tregua, in estasi.

Alle due esatte di notte si chiude baracca: dopo l’ultimo pezzo Fatboy Slim ringrazia e svanisce dietro al palco, mentre le urla e richieste di bis non sembrano attecchire. Sulle note di walzer di altri tempi la gente inizia a lasciare il sottopalco, chi alla ricerca di un letto per la nanna chi invece alla ricerca di una festa dove continuare a ballare.

Nonostante i dubbi per la sindrome della seconda edizione, nonostante una line up che sulla carta non sembrasse convincere i dancer più accaniti, nonostante il tempo (nel pomeriggio infatti alla fine piove per una mezz’oretta, ma a quasi nessuno la cosa sembra dare fastidio), nonostante la mancanza di due palchi come l’anno precedente, questa seconda edizione del festival Electrovenice si conferma come un appuntamento degno di attenzione per la scena festivaliera europea, soprattutto a livello elettronico. Qualche nota critica: la scelta di organizzare il festival in concomitanza con il Sonar di Bacellona, "il" festival elettronico europeo per antonomasia, forse non è il massimo, soprattutto per richiamare persone e ballerini di paesi limitrofi e dare un respiro più internazionale alla kermesse. Dubbi anche sui momenti di chiusura: senza nessun momento di “decompressione” o zona chill out per riprendersi dal ballo, ma  anzi con la staff della sicurezza che gentilmente chiede di uscire subito dal parco, il festival si chiude in sordina e di fretta.

Ma in fondo è solo la seconda edizione, superata comunque a pieni voti. Attendiamo quindi per il prossimo anno nuove meraviglie, aprendo questa estate 2011 con una gran voglia di continuare a ballare.

Per la redazione Valerio Sillari