L'ultima volta c'eravamo lasciati nelle retrovie dell'Independent Days Festival. All'epoca il leader dei Mudhoney aveva momentaneamente lasciato la band per presenziare a fianco dei redivivi MC5 in un progetto che vedeva alternarsi alla voce proprio l'allampanato Mark Arm a Evan Dando, oggi ancora in carica nei Lemonheads.

Del progetto DKT/MC5 si sono perse le tracce, affondano invece nel terreno le impronte lasciate da una delle band storiche della scena grunge di Seattle. I Mudhoney tornano per un mese in Europa e in Italia fanno tappa a Roma, Treviso e Bologna. Nel nostro Paese li ha preceduti un libro fotografico pubblicato qualche settimana addietro. Intitolato semplicemente Grunge, il volume accoglie i protagonisti dello storico movimento di Seattle e dintorni fotografati da Michael Levine e introdotti da Thurston Moore.

Levine è stato uno dei fotografi ufficiali della Sub Pop e a lui si devono celebri scatti di Nirvana, Soundgarden, Screaming Trees e Mudhoney naturalmente. Per quasi due decadi Levine ha seguito il lavoro della nota etichetta indipendente capitanata da Bruce Pavitt e Jonathan Poneman. Foraggiata inizialmente dalle sottoscrizioni dei propri abbonati che ricevevano le novità dell'etichetta via posta, in seguito trascinata dal successo mondiale di un movimento che travalicò la musica stessa per contagiare moda e costumi grazie soprattutto a una delle band meno longeve della scuderia, stiamo parlando dei Nirvana naturalmente. I Mudhoney si ritrovarono nel bel mezzo della corrente. Come non approfittarne?

Nati nel 1988 dalle ceneri dei Green River, altra storica formazione della scena di Seattle, i Mudhoney hanno influenzato la maggior parte delle band del movimento senza smarrire nel tempo rotta e aderenza ad un passato importante. I dischi di oggi suonano esattamente come i dischi di ieri e sul palco la musica non cambia. I brani storici si alternano agli ultimi singoli in un crescendo generazionale che rispecchia fedelmente quello che accade a pochi metri dalla band, dove l'energia più incontenibile si dipana tra chi ha certamente l'età di brani come Superfuzz Bigmuff, You Got It, Let It Slide e chi ha come l'impressione di avere ancora quindici anni, i jeans strappati alle ginocchia e la camicia di flanella.

Per alcuni non è cambiato nulla. Per altri un'intera vita è trascorsa e tramontata. C'è chi come lo stesso Arm non ha mai abbandonato città e compagni di avventura; Mister Arm oggi, quando non è in tour o impegnato in studio lavora all'ufficio spedizioni della Sub Pop, etichetta che nel frattempo ha formato una joint venture con Warner Music, una delle principali case discografiche al mondo. C'è chi come Bruce Pavitt nel 1996 ha abbandonato il lavoro per dedicarsi alla famiglia. C'è chi come Chris Cornell ha preferito sposare tutt'altro genere e mercato quando la porta si è sufficientemente spalancata da permettergli il passaggio. E c'è chi come il leader dei Nirvana ha deciso di abbandonare la scena in maniera definitiva.

Lo scorso venerdì a completare il quadro mancava solo Matt Lukin, con lui sul palco la grinta e la foga non avrebbero faticato a riportare alla mente quel fattore X che tra la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta indicava un'intera generazione che ancora non aveva la benché minima idea di cosa fosse un talent show. Registrare demo su cassette e confezionarle nella maniera più originale possibile, pubblicare un annuncio sulla fanzine  del momento in cerca del musicista più adatto alla formazione e disegnare di proprio pugno locandine e inviti ai concerti. Vent'anni fa Mark Arm, Steve Turner, Matt Lukin, Dan Peters cominciarono all'incirca così.

Laura Gramuglia

Le foto del concerto sono di Sebastiano Macciò