In una tiepida serata d'inizio primavera, i The Notwist celebrano il loro ritorno sulle scene con un tour europeo che ha toccato e toccherà tutta l'Europa centrale. L'uscita di The Devil, You + Me aveva scosso dal torpore i fan del gruppo che attendevano il seguito di Neon Golden da sei anni; l'annuncio di ben quattro date italiane ha contribuito ulteriormente ad accendere gli animi e incuriosito chi ha sempre desiderato ascoltare dal vivo gli splendidi ricami pop della band teutonica.

Mescolando passato e futuro, il gruppo propone un concerto solido, vario, emozionante. Non c'è concessione alla melodia facile, né un'esecuzione calligrafica delle canzoni, bensì una reinterpretazione personale e spiazzante. Code strumentali robuste, divagazioni al limite della cacofonia e spiazzanti momenti di intrecci chitarristici, rivelano le origini punk di un gruppo che è partito con due album hardcore figli dei fondamentali Hüsker Dü. Questa scelta di spersonalizzare l'appeal intimistico e racchiuso della canzoni originali per proporre un approccio aggressivo e sfrontato, non snatura l'assenza della loro musica, bensì fa decollare il concerto in un tripudio di emozioni. La forza espressiva assale con tale impatto da permettere all'ascoltatore di entrare in completa empatia con ogni frangente.

Sei i musicisti sul palco dell’Estragon, fra cui ovviamente i fondatori del gruppo: il cantante e chitarrista Markus Acher, l'addetto agli “aggeggi” elettronici Martin Gretschmann e il bassista Micha Acher. A loro si aggiungono batteria, tastiera e xilofono. L'affiatamento reciproco si nota da subito ed è fantastico percepire la sintonia e l'intesa che c'è fra di i componenti, tutto è così ben studiato da risultare simbiotico. L'aneddoto più divertente in termini puramente tecnici è la modalità di esecuzione di Martin Gretschmann che attraverso l'uso di due Wii Mote, i controller della nota console Nintendo, generava flussi elettronici per mezzo di un oscillatore sensibile ai movimenti spaziali dei due satelliti, con i quali si riesce ad estrapolare suoni dalle tonalità varianti.

C'è spazio per l'emozionante incipit dell'ultimo album, eseguita con lodevole personalità (Good Lies), si canta con il cuore in gola uno dei pezzi più conosciuti, forse il punto più alto della loro carriera (Pick Up The Phone), per giungere alla splendida Chemicals (estratta da Shrink), un capolavoro di astrattismo elettronico e sensibilità pop. Effluvio di sensazioni scroscianti fra classici ormai diventati inni di un'era di disillusione (la toccante nenia Gloomy Planets, la psichedelia storta di Neon Golden), scosse telluriche condite da schizofrenia al limite di un dance-rock onirico (la tambureggiante This Room, l'ossessiva On Planet Off, singulti techno-pop in Where In This World), tenere carezze folk irrobustite da inserti ritmici (le gocce di melodia intimistica di Sleep, il gioiello pop Boneless). Sono solo dettagli se al cospetto di Consequence la commozione è ovvia e giustificata, l'ultima traccia di Neon Golden è anche fra le ultime  eseguite, chiosa ideale fra solfeggi di chitarra e singulti elettronici semplicemente immacolati.

La sensazione complessiva durante e dopo il concerto è quella di essere al cospetto di signori musicisti e non componenti di un'ondata modaiola di musica in voga per una sola stagione. La solida qualità del ritorno discografico, unita a un live impeccabile sotto molti punti di vista, è prova della reale entità non solo del gruppo, ma di tutta l'ondata intorno al fenomeno dell'indie-tronica (compresa tutta l'elettronica non di genere uscita in quegli anni) che intasò il mercato discografico indipendente intorno al 2002.

Per la redazione Valeria de Michele, Alessandro Biancalana